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fiorediloto

[Sherlock Holmes] My Infinite Variety (A Case of Identity) 2/5

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Dec. 1st, 2010 | 12:19 am

Titolo: My Infinite Variety (A Case of Identity)
Fandom: Sherlock Holmes
Pairing: Holmes/Watson
Rating: R
Conteggio parole: 41.410 (W)
Parte: 2/5
Warning: Slash, what if, qualcos'altro che ora non mi viene in mente
Note: What if su EMPT.
Scritta per: bigbangitalia, seconda edizione.


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Era mia abitudine alzarmi alle sette e fare colazione alle sette e mezza. Alle otto e mezza cominciavano le visite e proseguivano fino all’ora di pranzo, quando chiudevo lo studio per un altro paio d’ore per poi riprendere nel pomeriggio, e chiudere definitivamente alle sette. Questa era la mia routine quotidiana, e fui lieto che Holmes avesse deciso di inserirvisi senza sconvolgerla. O perlomeno, così pensai nel vederlo comparire al tavolo della colazione alle otto meno un quarto.

“Mi domando come possa un uomo sottomettersi volontariamente a orari del genere,” borbottò Holmes, prendendo posto di fronte a me. Indossava una vecchia vestaglia color topo sopra una camicia bianca e un paio di pantaloni scuri, non nuovi ma in buono stato, differenti dagli abiti della sera prima.

“Alcuni di noi,” risposi allegro, “preferiscono dormire la notte ed essere svegli presto per godere delle ore di luce. È un’abitudine delle più misteriose, lo riconosco.”

“La luce è estremamente sopravvalutata,” obiettò Holmes, sopprimendo uno sbadiglio. “Chiunque può vedere alla luce, ed essere visto. È al buio che le persone si rivelano per quelle che sono. Al buio, e quando credono d’essere sole.”

“Le si potrebbe obiettare,” replicai, “che è piuttosto difficile osservare al buio.”

“Oh, no,” mormorò Holmes, stringendosi la vestaglia addosso. “Vedere, forse. Osservare, non credo.”

Gli rivolsi un sorriso paziente, al quale Holmes reagì mettendosi a sedere più dritto e distogliendo lo sguardo. Spinsi il paniere coi toast ancora caldi nella sua direzione, e aprii il portavivande con le uova strapazzate. “Quest’oggi la cuoca si è superata con le aringhe,” lo informai, “ma se preferisce la pancetta è cosa di un minuto.”

“No, grazie,” disse Holmes.

“Non mangia?”

“Per il momento no. Ma lei non si lasci influenzare. Quell’aringa nel suo piatto implora di essere aggredita.”

Ne tagliai un pezzetto e feci per portarla alla bocca, ma mi assalì un dubbio. “Holmes, ha cenato ieri?”

“Abbondantemente.”

Corrugai la fronte. “Cos’ha mangiato?”

“Qualcosa,” rispose, “o qualcos’altro. Raramente vi faccio caso. Perché le interessa?”

“Perché credo che lei non abbia mangiato affatto, e non posso dire che la cosa mi piaccia.”

“Non ho nulla contro il mangiare, dottore. È la digestione che mi infastidisce. Rallenta i miei processi mentali.”

“E ha un così estremo bisogno dei suoi processi mentali da essere costretto a digiunare per un giorno intero?”

“Due.”

Lasciai cadere la forchetta nel piatto. Scoperchiai il vassoio con le uova e gliene versai due, con un’aringa intera. Poi imburrai un toast e lo appoggiai a fianco del resto, e gli riempii una tazza di tè.

Holmes contemplò la mia sollecitudine con un sorrisetto sardonico. “È sempre così assillante con le povere anime che raccoglie dalla strada, dottore, o mi devo considerare un fortunato?”

“Mangi, o farò frullare il tutto e glielo inietterò direttamente in vena.”

“Questo risolverebbe il problema della digestione.”

“Holmes.”

Con un sospiro esagerato, raccolse una briciola d’uovo strapazzato con la punta della forchetta e se la portò alla bocca. Ma non ebbi il tempo di compiacermi di questa vittoria, perché dabbasso provenne un’esclamazione irata in quella che riconobbi essere la voce di Beth. Holmes gridò: “Ah!” e si alzò di scatto, precipitandosi di sotto; io lo seguii dappresso.

“Dottore!” esclamò Beth non appena mi vide sulle scale. “Io ho provato a fermarlo, ma questo piccolo…”

Una minuscola figura emerse dall’angolo cieco dietro la pendola nell’ingresso. Sollevò il berretto dagli occhi con una mano avvolta in un mezzo guanto e poi, come per un ripensamento, se lo tolse del tutto, rivelando una faccina smunta e una zazzera di capelli sporchi e troppo lunghi sulla fronte.

“Henry, signore,” disse il bambino, che non doveva avere più di nove o dieci anni, rivolgendo la sua completa attenzione al mio ospite. “L’abbiamo trovato. È qua fuori se ci vuole parlare, Mr. Holmes, signore.”

“Holmes? Che sta succedendo?”

“Una sciocchezza. Pazienti un attimo, dottore, se non le dispiace. Henry, ragazzo mio, rammento di averti dato istruzioni molto precise su quello che dovevi fare. Suonare il campanello, chiedere di Sherlock Holmes, e poi…” Mentre parlava lo spingeva con gentilezza fuori dalla soglia, e le ultime parole si persero quando uscì col ragazzo e si accostò la porta alle spalle.

Scostai la tendina della finestra, gettando uno sguardo fuori. Holmes, in vestaglia e pantofole, stava parlando con un vetturino, almeno a giudicare dalla carrozza che attendeva, senza conducente, al lato del marciapiede. Il ragazzino, Henry, era lì accanto. La conversazione fu breve e perlopiù sottovoce; al termine, Holmes trasse dal taschino mezza sovrana e la diede all’uomo. Un’altra moneta, della quale non distinsi il valore ma che sospettai aggirarsi intorno a uno scellino, passò tra le dita del ragazzo. Da quest’ultimo Holmes si congedò con un’ultima raccomandazione, o forse un ordine, e tornò sui suoi passi.

L’uomo che rientrò in casa era uno significativamente più soddisfatto. Avevo detto a Beth di tornare alle sue faccende, perciò eravamo soli nell’ingresso quando gli domandai che cosa significasse la scena a cui avevo assistito.

“Oh, sì,” disse Holmes, come avvedendosi per la prima volta della mia presenza. “Sono desolato. Avevo detto a Henry di attendere fuori, ma il ragazzo si è lasciato vincere dall’entusiasmo, temo.”

“Per il denaro promesso, suppongo.”

Holmes stirò le labbra in un accenno di sorriso. “Sicuramente.”

“Vuole dirmi che sta succedendo, Holmes? O devo contentarmi di vedere perfetti sconosciuti presentarsi alla mia porta e chiedere di Sherlock Holmes? E a questo proposito, davvero, come ha potuto dire al ragazzo che quello è il suo nome?”

“Non si preoccupi, nessun danno è stato fatto,” fece Holmes, rispondendo alla meno importante delle mie domande. “Ha semplicemente creduto che non volessi rivelare il mio vero nome.”

“Che poi è la verità, non è così?” ribattei, irritato.

Holmes serrò la mascella. “Le assicuro che, se fossi a conoscenza di qualunque altro nome che potesse essermi ascritto, lei sarebbe il primo a saperlo.”

“Ne sono sicuro,” replicai. “Come sarei il primo a sapere di annunci che portano il mio nome e indirizzo. Come sarei il primo a sapere che la mia casa è diventata il suo ufficio, buono per ricevervi chiunque le passi per la testa, e Dio solo sa per quali affari!”

“Posso permettermi di farle notare, dottore, che non ho ricevuto nessuno in casa sua, ma semplicemente di fronte a casa sua, sulla strada di Sua Maestà? Quanto ai miei affari, non sono obbligato a conferire con lei né con nessun altro circa la loro natura. Mi rendo conto di aver travalicato i limiti della cortesia. Lascerò questa casa immediatamente.”

“Si fermi. Holmes!”

Lo rincorsi sulle scale, o perlomeno vi provai, ma egli aveva il vantaggio di gambe più lunghe ed entrambe sane, e lo raggiunsi a metà della rampa solo perché egli me lo permise.

“Non ho detto che intendo cacciarla. Forse domani farà qualcosa di imperdonabile e la butterò fuori di peso, non lo ritengo improbabile, ma fino a quel momento, non sono così meschino da aggrapparmi a una scusa così insignificante.” Holmes tacque, o perlomeno non rispose subito, dandomi modo di continuare. “Ma pretendo di sapere cosa succede in casa mia, Holmes, e non mi importa chi lei sia o creda di essere, io per parte mia le assicuro che ho infinitamente minor pazienza del John Watson di cui ha letto in giro. Voglio sapere chi sono quelle persone e perché volevano vederla, e voglio sapere perché mi ha mentito dicendomi di non avere più denaro quando evidentemente ne ha da buttare.”

“Non ho mentito,” ribatté Holmes, guardandomi dal vantaggio della sua superiore altezza e dei tre gradini supplementari. “Fino a ieri sera all’ora di cena, avevo in tasca un totale di tre penny.” Ficcò una mano nel taschino, traendone una manciata di monete. “Questo è tutto ciò che possiedo adesso. Forse vuole contarli, per essere certo che non stia evadendo il fisco sull’ammontare delle mie sostanze?” E così dicendo li scagliò con forza sui gradini.

“Mi vuole far credere di aver guadagnato due sovrane ieri sera, nell’intervallo tra le sei e le undici?”

“Oh, no,” rispose Holmes, freddamente. “Dalle sei e mezza alle undici ho avuto altro da fare.”

Il solo pensiero era ridicolo, eppure il denaro si trovava lì ai miei piedi. Come aveva fatto? Pensai le cose più terribili. L’idea che l’avesse rubato era la meno angosciante, e credo che questo la dica lunga su quanto mi passò per la mente in quegli istanti.

“Holmes, dannazione, sto cercando di aiutarla. Ma non posso aiutarla se lei non si fida di me.”

Ovviamente mi fido di lei. Come potrei fidarmi di chiunque altro?”

“Ha un modo bizzarro di dimostrarlo.”

“Perché? Perché non l’ho informata sui miei spostamenti? Le ho promesso che saprà tutto alla fine…”

“Quando non potrò più farci nulla?”

“… quando avrò qualcosa da mostrarle. Qualcosa che la convinca oltre ogni ragionevole dubbio che quelli di cui parlo sono fatti, e non le fantasie di una mente allucinata.”

A questo punto mi resi conto che Beth, la cuoca e il giardiniere ci guardavano dalla porta della cucina, non proprio origliando ma quasi, con aria confusa e preoccupata. Ai loro occhi, il litigio doveva apparire estremamente ambiguo, per non dire delirante, pieno com’era di sottintesi. Contrariato, afferrai Holmes per un braccio e lo trascinai fino alla sommità delle scale, raggiunta la quale egli si divincolò e mi seguì spontaneamente nel mio studio.

Richiusi la porta sbattendola.

“Mi dica – la prego, mi dica che non sta cercando le prove che lei è davvero Sherlock Holmes.”

“Certo che no. Abbiamo provato quel punto due giorni fa. Che cosa le ha messo questa idea assurda?”

Mi presi la radice del naso tra il pollice e l’indice, cercando di controllare l’irritazione. È un pover’uomo mentalmente instabile, mi dissi. Non è colpa sua.

Più calmo, mi appoggiai al bordo della scrivania, invitandolo a sedere. Holmes rimase in piedi.

“Mi dica di cosa si tratta, allora. Ha la mia parola che…”

“No.”

“Holmes,” sospirai. “Avere a che fare con lei diventa di minuto in minuto più stancante.”

“Se anche gliene parlassi sarebbe inutile. Crederebbe che sono pazzo – ancora di più, intendo dire – e tenterebbe di fermarmi. Per il mio bene. Lei ha ragione, io non sono una persona buona, ma lei sì, e le persone buone sono tremendamente pericolose. Compiono ogni sorta di assurdità per il bene degli altri, anche quando non hanno la più pallida idea di cosa questo sia. Consultano amici specialisti. Imburrano toast non richiesti. Si lanciano ciecamente nella traiettoria di pallottole non a loro destinate. L’unico modo per salvarsi da una persona buona è tenerla all’oscuro.”

Quello fu il secondo avvertimento. Guardai l’uomo di fronte a me e non riuscii più, come le prime volte, a intravedere un altro dietro Sherlock Holmes, una persona che lottava per emergere dalla maschera del grande detective. Holmes l’aveva fatto ancora: aveva riempito l’intera scena.

Lo odiai come non avevo mai odiato nessun altro.

“Se ne vada,” gli dissi. “Se ne vada prima che la colpisca.”

Per tutta risposta, Holmes mi afferrò la mano destra, la aprì e si appoggiò il palmo contro la guancia, un’espressione granitica in volto.

“Esca.”

“Quando sono tornato, ho messo questa in conto come la reazione più plausibile,” mormorò, voltando leggermente il capo di lato cosicché ora parlava con le labbra sull’interno delle mie dita, nel punto più tenero, quello in cui si congiungono al resto della mano. “Ritengo che ci sia un ordine da ristabilire.”

Sottrassi la mano alle sue labbra con tanta veemenza che la portai a sbattere contro il bordo del tavolo alle mie spalle. Holmes rimase perfettamente immobile.

“Per anni mi sono esibito nelle acrobazie mentali più assurde al solo scopo di non suscitare mai quello sguardo che mi stai rivolgendo adesso.”

“Esca,” sussurrai. “Per l’amor di Dio.”

Fu solo quando obbedì, lasciando la stanza in silenzio, che mi resi conto di non aver creduto che l’avrebbe fatto. Lo scatto della maniglia suonò irreale, come proveniente da distanze lontanissime, e i suoi passi nel corridoio non si udirono affatto. Neanche un secondo dopo, Beth salì ad annunciare che il primo paziente della giornata attendeva dabbasso.

Raddrizzai il colletto della camicia e le dissi di farlo salire.



+



Impegnato con le visite, non rividi Holmes fino alle undici di quella mattina.

Elaine Whitaker era stata una cara amica di mia moglie e, saltuariamente, mia paziente. Benché la donna non avesse la mia totale simpatia – era una creatura fragile e timorata, più adatta a suscitare un istinto di protezione che un genuino rispetto – preferivo quando ella mi visitava in nome del nostro comune affetto per Mary, piuttosto che per un consulto professionale. Devo aggiungere peraltro che Mrs. Whitaker avrebbe goduto di un’invidiabile e costante buona salute, non fosse stato per la sua sfortunata situazione domestica.

Quando Holmes irruppe nel mio studio, Mrs. Whitaker si era appena rivestita. Era pallida, ma di un pallore non troppo dissimile dal suo colore naturale, e sedeva rigidamente, ma le persone hanno la tendenza a innervosirsi in presenza di un medico. Lo sottolineo perché al tempo mi sembrarono gli unici due dettagli degni di nota, e più tardi fui sonoramente smentito in proposito.

“Watson, ho bisogno di parlarle,” annunciò Holmes, entrando nella stanza senza bussare. Aveva l’aria eccitata e un giornale nella mano destra.

“Sicuramente la cosa può aspettare qualche minuto.”

“Temo di no. Ad ogni modo, è cosa di un minuto anche questa. Ho disperatamente bisogno del suo aiuto.”

Mi alzai, rivolgendo un sorriso di scusa alla mia paziente, e tirai Holmes verso la porta. “Holmes, non vede che sono impegnato?” mormorai. “Parlerò con lei più tardi.”

“Impegnato?” ripeté, gettando uno sguardo a Mrs. Whitaker da sopra la mia spalla. “Se ritiene che i suoi casi siano più importanti dei miei…”

“Sì, lo credo,” replicai.

“Molto bene.” Avanzò fino alla scrivania e rivolse a Elaine Whitaker uno sguardo penetrante. “Mia cara signora, purtroppo lei si sbaglia. Suo marito non è un brav’uomo sotto l’effetto di un vizio maligno. Suo marito è la più vile creatura che esista al mondo, un verme indegno di considerazione che farebbe bene ad essere rimosso dalla società. Il fatto che da sobrio si penta di ciò che fa quando non è in sé lo rende ancora più ignobile: è chiaro che, nonostante il pentimento, non ha remore a tornare alle sue amate sostanze appena possibile.”

Mrs. Whitaker sgranò gli occhi e si imporporò alle guance. “Dottore…!” esclamò alla mia volta, scattando in piedi.

“Lei è spaventata,” riprese Holmes, più gentilmente, “e crede di non poter vivere senza un marito. Si lasci dire che non è così. Lei è ricca, e ha intelligentemente messo da parte abbastanza denaro dove suo marito non può raggiungerlo. È una bella donna, ha un’indole dolce e le maniere di una signora. Non tema, i lividi guariscono presto. Lo denunci. Lo denunci e ottenga un atto di separazione. Non avete figli e non c’è ragione per cui lei continui a soffrire i suoi abusi fino a morirne, o finché lui morirà. Perché lui morirà, signora, di questo può essere certa. Di cirrosi epatica, o di overdose, o di qualcos’altro: lui morirà. È troppo tardi per salvarlo. Sta a lei decidere se vuole immolarsi nel tentativo.”

Mrs. Whitaker si coprì la bocca con la mano. Le palpebre si strinsero e la pelle intorno si riempì di piccole rughe di tensione mentre gli occhi si colmavano di lacrime. Ansimando un singhiozzo, la donna corse via dal mio studio. Dovetti inseguirla sulle scale e calmare il violento attacco isterico nel quale le parole di Holmes l’avevano gettata, rassicurarla che non era mia abitudine rivelare le informazioni intime dei miei pazienti e infine, quando fu in condizione di uscire, fermare una carrozza e rimandarla a casa.

Holmes mi attendeva dove l’avevo lasciato. “Quindici minuti,” annunciò. “Ascoltare daccapo l’intera storia della sua vita ne avrebbe richiesti almeno trenta.”

“Holmes, dannazione, come ha potuto? La povera donna era distrutta!”

“Adirata, anche?”

“Certo! Che cosa si aspettava?”

“Bene,” rispose, impassibile. “Con un po’ di fortuna, tornata a casa troverà il giusto bersaglio verso cui indirizzare la sua ira. E adesso che ha terminato le visite della mattina, dottore, ho un favore da chiederle.”

In preda a un miscuglio di emozioni contrastanti, e nessuna particolarmente piacevole, mi trascinai fino alla mia sedia e lì mi lasciai cadere, prendendomi il volto tra le mani. Mi piace pensarmi una persona paziente, e una che non è facile sconvolgere: la guerra mi ha insegnato entrambe le qualità. Ma vivere con quest’uomo significava essere spinto oltre i propri limiti al ritmo di due o tre volte al giorno.

“Ha spiato tra i miei appunti, non è così?” dissi appoggiandomi indietro e guardandolo.

Holmes corrugò la fronte. “Perché avrei dovuto? Non ho alcun interesse per la storia clinica dei suoi pazienti.”

“E allora mi spieghi come faceva a sapere che il marito di Mrs. Whitaker è un oppiomane e un violento. Non può averlo dedotto.”

“Mi permetto di dissentire,” ribatté Holmes, con una certa asperità. “Era evidente, se solo uno si fosse degnato di guardare.”

“Sono certo di essere molto stupido,” replicai, “dunque abbia la bontà di illuminarmi.”

“Vuole farmi credere di non aver notato i segni rossi sui polsi della signora? Erano piuttosto recenti, mentre le cicatrici quasi invisibili vicino all’orecchio e all’attaccatura dei capelli erano vecchie di almeno un mese e due mesi rispettivamente. Non è stato difficile dedurre una certa ricorsività nei piccoli ‘incidenti’ in cui la sua paziente è solita incorrere. Oh, certo, poteva trattarsi di un fratello o del padre, ma la signora porta la fede, e se fosse stato un altro uomo anche il marito più distratto non avrebbe potuto che accorgersene.

“Non ho dedotto che il marito è un oppiomane: mi sono limitato a osservare che è sotto l’influenza di qualche sostanza maligna. Poteva trattarsi di alcool, oppio, cocaina in ugual maniera. Declino ogni pretesa di autorità nel campo, ma la mia limitata esperienza mi ha insegnato che una donna è pronta a subire qualsiasi cosa dal proprio uomo in due soli casi: se riesce a dare la colpa del suo orribile comportamento a qualcosa o qualcun altro, e se ha dei bambini da proteggere. E la signora non ha figli – non con quei fianchi, certamente.”

“Ma…” replicai, sconvolto, “lei ha anche detto che è ricca, e che ha denaro da parte.”

“Naturalmente, mio caro dottore, non dubito che lei valga ogni penny, ma forse non si è mai reso conto che le sue tariffe non sono proprio quello che si dice concorrenziali?”

“E il denaro da parte?”

“Cappellino nuovo, ultima moda, in pendant coi guanti. Direttamente da Parigi. Forse un regalo del coniuge pentito, ma più probabilmente pagato di tasca propria dalla signora, almeno a giudicare dalla portata ben più modesta dei veri regali del marito. Avrà notato l’anellino alla sua mano destra, voglio sperare, e gli orecchini. Niente che una donna di classe comprerebbe per sé, o che indosserebbe se non per il valore sentimentale.”

Mi passai una mano tra i capelli, sentendomi d’un tratto schiacciato dall’immensa portata dell’intelligenza dell’uomo che avevo di fronte. Riempiva tutta la stanza, imbarazzante come una fragranza squisita ma troppo forte. Così forte da suscitare quasi la stessa ripugnanza di un cattivo odore.

“Ho ragione, non è così,” disse Holmes, e non era neppure una domanda.

“Non voglio che parli mai più ai miei pazienti in quella maniera, Holmes. Mai più. La sua intelligenza non le dà il diritto di violentare psicologicamente il prossimo.”

“E a che sono valsi invece tutti questi mesi di buone parole da parte sua?”

“Mai più,” ripetei. “Sono stato chiaro?”

Holmes sospirò, poi annuì sbrigativo. “Mi aiuterà?”

“A cosa le servo?”

Felice che la conversazione si fosse finalmente spostata sul punto che gli premeva, Holmes si sedette con una lunga falcata sulla sedia che era stata di Mrs. Whitaker e appoggiò i gomiti sul mio tavolo. “A pochissimo, e a tantissimo allo stesso tempo. Ho bisogno del suo permesso per spedire un telegramma.”

“Holmes, lei non ha bisogno del mio permesso per una cosa del genere.”

“Molto gentile da parte sua. Tuttavia, per questo particolare telegramma non posso proprio farne a meno. Vede, è a suo nome.”

“D’accordo,” risposi, lentamente. “A chi intende mandare un telegramma a mio nome?”

“L’ispettore…” sollevò il giornale, “Brooks. O Lestrade, se preferisce. Faccia da topo, colorito olivastro, occhi scuri? So che lo conosce, ma non così bene che le rimorda la coscienza a prenderlo in giro su un giornale che tira cinquecentomila copie al mese.”

“Lo conosco,” ammisi, senza perder tempo a domandargli come avesse fatto a scoprirlo. “Per un breve periodo ho lavorato con la polizia. Prima di sposarmi.”

“Mrs. Watson sperava in un marito con prospettive più interessanti di uno stipendio da coroner? Ah, non risponda, non importa,” aggiunse subito, agitando il giornale nell’aria. “Legga qui, se non le dispiace.”

L’articolo che mi indicava era un trafiletto sull’omicidio di una giovane donna del popolo in Edgware Road. La donna era stata ferita in pieno giorno, nella calca, e si era accasciata a un angolo del marciapiede, apparentemente solo addormentata o svenuta. I passanti l’avevano ignorata per più di un’ora, quando finalmente il proprietario del carro contro il quale la donna si era abbandonata le aveva intimato di spostarsi, scoprendo che era stata accoltellata. L’articolo parlava del caso come di uno che aveva già fatto sensazione per la sua atrocità e l’incredibile spudoratezza dell’assassino che aveva colpito in pieno giorno in una via del centro, ma dovevo confessare di non averne saputo nulla.

“Oh, naturalmente,” disse Holmes, intromettendosi nei miei pensieri. “Stamattina l’ho interrotta. È solito leggere, nell’ordine, la pagina economica, quella sportiva, un breve sguardo a quella scandalistica e infine la cronaca. Non perché le interessi meno, ritengo perché le interessa di più.”

“È una storia orribile,” osservai, ignorando il ragionamento. Cominciavo ad abituarmici. “Ma non capisco cosa c’entri lei. A meno che non voglia costituirsi per l’omicidio…” Esitai. “Non vuole farlo, vero?”

“Niente del genere. Non sono un criminale, l’abbiamo stabilito ieri nel pomeriggio, mi pare.”

Stabilito non è la parola che userei,” borbottai, ripensando istintivamente al litigio di quella mattina e al modo assurdo in cui si era concluso.

“Dottore,” sospirò Holmes, con un mezzo sorriso, “lei è estenuante. Semplicemente, so chi ha ucciso quella donna e ritengo necessario che anche l’ispettore incaricato del caso ne venga informato. Se mandassi un telegramma a mio nome, o peggio mi presentassi di persona, il mio interessamento sarebbe quantomeno inutile, se non controproducente. Non mi crederebbero o mi guarderebbero con sospetto. Invece lei, dottore, è l’epitome del gentiluomo, un professionista rispettabile, e per di più ha già lavorato con Brooks. Non le costerà nulla.”

“Ma come può conoscere l’identità dell’assassino? Si trovava lì quando è successo?”

“L’ho dedotto.”

Sospirai.

“È elementare,” continuò lui, più aspro. “Non è necessario essere Sherlock Holmes per dedurre una cosa del genere. Giudichi lei. La donna vestiva come una popolana, ma è arrivata a Edgware Road in carrozza; e il vetturino ha dichiarato che la donna aveva una pronuncia da signora, con una leggera vena francese nell’accento. Una signora francese che vive da molto tempo a Londra, o una signora inglese che ha vissuto molti anni in Francia. Perché una signora dovrebbe vestirsi di stracci? Per non essere riconosciuta. E cosa aveva da fare a Edgware Road? Niente di più semplice: a un isolato esatto dal punto in cui è stato rinvenuto il corpo si trova un’agenzia di pegno. La donna ha cercato di impegnare una collezione di gioielli di grande valore, ma non ha pensato che il proprietario, vedendola così vestita, l’avrebbe sospettata una ladra.

“La donna esce dal negozio col suo fagotto, di cui non è riuscita a liberarsi. Ha una tremenda fretta e bisogno di denaro: se così non fosse, avrebbe certamente trovato il tempo di impegnare i gioielli in un altro momento, e in maniera meno sospetta. E tuttavia è affezionata ai gioielli, altrimenti avrebbe cercato di venderli e ricavarne una somma più alta; così, invece, può tornarne in possesso non appena le acque si calmano. Dunque i gioielli sono suoi.

“Abbiamo una giovane gentildonna vestita da popolana in Edgware Road, che fugge da qualcosa o qualcuno, con un fagotto di gioielli sotto il braccio, in pieno giorno. Data la giovane età, sospetto una fuga d’amore, ma è principalmente la paura a muoverla: una paura intensa e disperata. Data l’ora inusuale e la scarsa pianificazione, mi pare evidente che sia stata una decisione improvvisa.

“Cinquanta metri più in là dell’agenzia di pegno, qualcuno raggiunge la ragazza e la pugnala nel fianco in mezzo alla folla. Una lama sottile e una ferita con poco sangue. L’emorragia è stata quasi tutta interna: il carrettiere ha dichiarato che non c’era sangue sui vestiti. A questo punto i gioielli scompaiono.”

“Qualcuno l’ha uccisa per derubarla,” suggerii.

“I gioielli sono chiusi in una sacca e avvolti in un fagotto di carta di ben tre strati. A meno che la donna non si sia fermata in mezzo alla strada e non abbia volontariamente disfatto il pacchetto con l’intento di mostrarlo a tutto il mondo, era impossibile per uno sconosciuto indovinarne il contenuto. E quale pazzo ucciderebbe in mezzo a una strada trafficata per una refurtiva della quale può solo indovinare il valore?”

“Aspetti,” lo interruppi, “come fa a sapere in che modo erano avvolti i gioielli? La borsa, ammesso che esista, non è stata ritrovata.”

“La borsa è stata ritrovata,” mi rispose, placidamente.

“Quando? L’articolo non…”

“È nella mia stanza.”

Scattai in piedi.

“La prego di farmi l’immenso favore di non tornare a credermi un assassino,” disse Holmes, con aria divertita. “Ho semplicemente ragionato che la scomparsa di gioielli del genere non sarebbe passata a lungo sotto silenzio. Sono gioielli di famiglia, di gran valore e noti agli esperti. La parure porta la firma di Louis-François Cartier in persona; sulla spilla è inciso la stemma di famiglia. Riesce a immaginare un ladro casuale, senza agganci o protettori, in grado di piazzare refurtiva del genere sul mercato nero? Ah, ma noi abbiamo già escluso il ladro casuale. Alternativa: un omicidio a scopo di rapina. Forse qualcuno ha visto la signora prendere i gioielli in casa e l’ha seguita fuori; dunque un membro della servitù o un altro abitante della casa. Ma perché attendere che entrasse all’agenzia di pegno, col rischio che il proprietario accettasse di combinare l’affare? E perché ucciderla? Sottrarle la borsa e darsi alla fuga sarebbe bastato. La donna avrebbe potuto difficilmente opporre resistenza. No, è stata uccisa perché qualcuno voleva ucciderla. Sospetto un omicidio passionale, l’eterno movente della gelosia. A quel punto, dei gioielli bisognava disfarsi. Poco tempo a disposizione, troppo ingombranti e riconoscibili i preziosi, e troppo riconoscibile la donna con quella borsa al fianco. L’assassino ha fatto l’unica cosa logica: li ha buttati nel fiume.”

“Holmes,” obiettai, “non può aver dragato l’intero corso del Tamigi per trovarla.”

“Non sia ridicolo,” replicò, ma c’era compiacimento nella sua voce. “L’assassino doveva recarsi rapidamente al luogo in cui era atteso, o la sua assenza sarebbe stata notata. Dunque non aveva altra scelta che gettare la borsa nel punto più vicino alla sua destinazione: il palazzo di Westminster.”

“Holmes!” esclamai. “Sta veramente insinuando che un membro del Parlamento…?”

“Può darsi che lei sappia che Lord James Dunstan, marito in seconde nozze di Lady Colette Pont St Martin, ha una figliastra: Eléonore Pont St Martin. Scomparsa ieri mattina, se possiamo fidarci della capacità di osservazione della sua cameriera personale. Se avrà la bontà di accompagnarmi nell’altra stanza, le mostrerò i gioielli e potrà verificare da solo lo stemma. Non è stato facilissimo trovarli. Anche sapendo dove cercare, ho dovuto impiegare mezza giornata e prendere in affitto un aiuto robusto sotto forma di un piccolo battello da dragaggio. Ma ritengo che ne sia valsa la pena.”

Lo seguii nella stanza degli ospiti, che recava già chiaramente i segni del suo insediamento: la toletta era stata invasa dalla serie di boccette e scatoline di prodotti cosmetici che egli usava per i suoi travestimenti; l’armadio era semiaperto e se ne intravedevano alcuni vestiti di foggia e tessuti disparati; il tavolo era pieno di giornali ammonticchiati in maniera disordinata.

“Spero non le dispiaccia,” disse Holmes. “Li ho presi in cantina. Ho un disperato bisogno di recuperare perlomeno la cronaca dell’ultimo mese, e la sua cuoca ha la buona abitudine di conservarli, qualunque sia l’uso che ne fa.”

“Può prendere tutti i giornali che vuole,” annuii. “Le direi che non ha bisogno del mio permesso, ma sento che sarebbe superfluo.”

Se Holmes colse il leggero rimprovero, lo ignorò totalmente. Si chinò e tirò fuori da sotto il letto una brutta borsa di tela marrone, asciutta all’esterno, ma con evidenti tracce di umidità all’interno. Ne estrasse un involto di carta spessa, a più strati, che nonostante la sua delicatezza nel maneggiarla, in un punto si strappò tra le sue dita, lasciando emergere la più sublime collezione di gioielli che avessi mai visto. Presi con delicatezza dal mucchio quello che si rivelò un orecchino con un enorme zaffiro incastonato nel pendente.

“Vede lo stemma dei Pont St Martin su questa spilla? Primo e quarto quarto un ponte fortificato a due torrette in campo rosso, secondo e terzo quarto due pesci d’oro su fondo di crocette d’argento in campo azzurro.”

“Ma anche con questi gioielli, Holmes, lei non ha alcuna prova che sia stato il patrigno della ragazza. Sono solo congetture. Nessun ispettore di polizia si sognerà mai di puntare il dito contro un pari d’Inghilterra su basi del genere.”

“Lui? Oh, no,” ribatté Holmes. “Lui è innocente. Quanto alle prove, ho tutte quelle che servono. Quando avrà ricevuto il suo telegramma il suo amico ispettore non potrà esimersi, se ha in sé anche solo un grammo del carattere del Lestrade che conosco.” Così dicendo trasse dalla borsa un piccolo pugnale d’argento, col manico in madreperla e un singolo gioiello incastonato al centro. Non un oggetto virile, certamente. La fattura era squisita e l’impugnatura pesata per una mano piccola.

“Temo di averla confusa,” continuò Holmes. “Mlle. Pont St Martin non è la figlia di Lady Colette Pont St Martin, bensì del primo marito di quest’ultima, M. Georges Pont St Martin. Alla morte di quest’ultimo, la vedova ha trovato consolazione in Lord James, il quale – lei ricorderà – in passato ha avuto incarichi diplomatici in Francia. La ragazza e la matrigna si sono trasferite a Londra dopo il matrimonio. Ma lei era terrorizzata da Lady Colette, se si può dar credito ai domestici. Lady Colette aveva terrificanti sbalzi d’umore e un rapporto morboso con la figliastra. Ieri mattina, dopo un giro di spese del tutto eccezionale nelle abitudini della signora, era convenuto che questa si incontrasse col marito a Westminster per poi tornare a casa insieme.

“Riesce a immaginare cosa deve aver pensato la ragazza di fronte a questo incredibile colpo di fortuna? È corsa nella sua camera, ha frettolosamente impacchettato tutti i gioielli che è riuscita a prendere, si è travestita da popolana ed è uscita dal retro con la complicità della cameriera. Avrebbe dovuto vedere gli occhi della cameriera, Watson. Era distrutta dal senso di colpa. Al minimo accenno alla sorte della sua padrona ha rivelato tutto ciò che c’era da rivelare, fuorché la fuga stessa.” Indicò il coltello. “Non sarà difficile dimostrare che la ferita è stata inferta da questa lama, anche se l’acqua del fiume l’ha ripulita quasi completamente. Un omicidio grossolano, se vuole il mio parere, e un modo altrettanto grossolano di liberarsi dell’arma del delitto.”

“Quello che non capisco,” dissi, quando la meraviglia per quell’incredibile serie di deduzioni si fu dissipata, “è perché non abbia riportato i gioielli a casa. Avrebbe potuto rimetterli al loro posto e nessuno ne avrebbe saputo niente.”

“Oh, non direi nessuno. Ben due persone, invece: il responsabile dell’agenzia di pegno e la cameriera. La signora sapeva che la ragazza era stata aiutata nella fuga. La cameriera ne era sicura, ed era terrorizzata almeno quanto doveva esserlo stato la sua padrona.” Si spolverò le mani dal terriccio ormai asciutto che, dalla borsa, le aveva sporcate. “Adesso che sa tutta la storia, ritiene che possa inviare quel telegramma, dottore?”

Qui ci fu un silenzio alquanto pesante e duraturo. Fossi stato lo stesso uomo che portava il mio nome nei racconti, credo che avrei lanciato un’esclamazione ammirata. Era stato, in effetti, incredibile, e giustamente ammirevole. Ma io non sono quel John Watson, e piuttosto avvertii un brivido freddo su per la schiena. Era stato incredibile eppure terrificante, in una maniera che solo io potevo comprendere.

“Comincio a credere,” dissi piano, “di essere io il pazzo, e lei il vero Sherlock Holmes. O un suo fantasma.”

Holmes corrugò la fronte, improvvisamente preoccupato. “Mio caro, non dica sciocchezze.”

“Ma se è così, suppongo che non me ne verrà alcun danno a lasciarle inviare quel telegramma.”

“Watson, io sono reale. L’ha detto lei stesso. Parlo coi suoi domestici, mangio il suo cibo.”

Si era teso di scatto nella mia direzione, prendendo la mia mano che riposava sul copriletto. Eravamo entrambi seduti sulla sponda, e il gesto annullò ogni distanza.

“Mi tocchi. Mi ferisca.” Sorrise, improvviso. “Se mi punge, crede che non sanguinerò?”

“Non potrei mai ferirla,” ribattei, urtato alla sola idea. “Ma come posso esserne certo? Per quanto ne so, tutto questo potrebbe essere un sogno. Sono da solo in questa stanza, e lei non esiste, ed io sono – Dio mi aiuti – completamente pazzo.”

“No, no,” ribatté Holmes, ora quasi frenetico. “È un’idiozia. Henry è venuto stamattina su mio ordine. La cameriera l’ha visto.”

“Forse sono stato io,” ribattei. “Forse sono così pazzo che faccio cose… cose di cui non mi ricordo… credendo che sia lei a farle.”

“Non esiste una malattia del genere,” obiettò Holmes, dolcemente, “e la sua soluzione, dottore, è più complessa del problema che intende risolvere. Non si impelaghi in ragionamenti di questo tipo. È chiaro che io esisto come esiste lei, ed è chiaro che non sono Sherlock Holmes. Che io senta di non poter essere alcuna altra persona al mondo è secondario, e in definitiva un problema soltanto mio.”

Teneva ancora la mia mano nella sua; vi aggiunse anche l’altra, stringendola in una presa calda.

La mia mano libera, quasi muovendosi di suo accordo, cercò il suo polsino sinistro e lo liberò del gemello. Holmes non si mosse. Senza osare guardarlo in faccia, sollevai la manica, accartocciandola nel pugno man mano che la stoffa scalava la distesa pallida del suo braccio, fino a rivelare l’incavo teso del gomito.

“Oh, mio Dio,” mormorai.

“Sono vecchie,” disse Holmes, prontamente. “Solo cicatrici.”

“Lei non capisce. Se lei esiste, in qualche modo io… almeno una parte di lei, sono stato io a crearla. Anche questo, questo è opera mia.” Contemplai la distesa di segni cicatrizzati sul suo braccio con orrore. “Questa cosa mi distruggerà.”

“Watson, lei non c’entra nulla. Ho cominciato ben prima del ’90. Guardi! Ci sono cicatrici che risalgono a vent’anni fa. Non si prenda la colpa di cose che non la riguardano affatto.”

“Io le ho rovinato la vita. I miei racconti le hanno rovinato la vita.”

“La mia vita è ben lontana dall’essere rovinata. Non farei a cambio con nessuno al mondo, un re, un primo ministro, l’imperatore della Cina, glielo posso giurare.”

“Lei non si rende conto…”

Lei non si rende conto.” Si portò la mia mano alla bocca, premendosi le nocche sulle labbra. Per parte mia, il gesto mi scioccò talmente che non ebbi alcuna reazione, per quanto una parte di me mi sussurrasse che non ero neanche lontanamente scioccato abbastanza. Le sue labbra bruciavano.

“Mi permetta di essere Sherlock Holmes. È folle, lo so. Non è sano. Ma il suo amico è infortunato e né lei né io abbiamo fretta che uno specialista mi dichiari infermo di mente. Oserei dire che la cosa la spaventa più di quanto spaventi me, cioè per nulla, giacché io mi sono rassegnato da tempo alla mancanza di alternative.” La sua voce si fece più bassa, più roca. “Non c’è nessun altro posto in cui vorrei essere se non dove sei tu, e nessun’altra persona che potrei essere se non Sherlock Holmes. Se solo riavessi Baker Street e te sulla tua poltrona mi considererei padrone dell’universo. Quando il tuo amico si sarà rimesso lo consulteremo, se vorrai, e potrai decidere cosa fare di me. Mi rimetterò totalmente al tuo giudizio, hai la mia parola. Ma fino ad allora, ti prego, se mi ami, permettimi di essere Sherlock Holmes.”

I suoi occhi scintillavano. La sua bocca era compressa in una linea talmente sottile che le sue labbra sembravano svanite, tanto si erano fatte pallide, e le sue mani tremavano leggermente intorno alla mia. Non so cosa pensai. Forse che sembrava preda di un dolore terribile, e che era mio dovere alleviarlo, che ne fossi o meno la causa. Forse che in fondo la colpa non era mia, perché non credevo di avere in me tanta intensità quanta ne vedevo sul suo volto, né sarei mai stato in grado di riprodurla sulla carta se anche l’avessi avuta.

“Non voglio che lei soffra,” mormorai. “È terribile essere Sherlock Holmes.”

“Preferisco avere una vita terribile che non averne nessuna. E preferisco essere detestato che compatito.”

“Io non…” cominciai, ma non seppi quale delle due accuse negare. “Non la detesto,” dissi alla fine. “Non lei. E la sua mente è magnifica, superba. Non potrei compatirla neanche se volessi.” Esitai. “È una follia.”

“Mi creda, ne sono consapevole.”

“È sicuro di quello che mi chiede?”

“Assolutamente.”

“A una condizione.”

“Quale?”

“Che giuri di non fare pazzie.”

La sua bocca si spezzò in un sorriso rasserenato, mostrando due lunghe file di denti candidi e il piccolo spazio di un canino mancante. “Mio caro, quando mai ho…”

“Voglio la sua parola. E un’altra cosa. Non interferirò coi suoi affari, ma voglio esserne informato. Niente misteri. Non posso morire di ansia col timore che ogni volta che esce si andrà a ficcare sotto una carrozza. Non posso vederla tirar fuori sovrane come spiccioli e tremare al pensiero di come se le sia procurate. Se vuole essere Sherlock Holmes, non può trattarmi come Sherlock Holmes tratta il suo Watson. Per il suo bene, non intendo consentirglielo. Sono stato chiaro?”

Holmes annuì, dopo qualche momento. “Prometto che tenterò. Dio sa se non meriti d’essere trattato in maniera migliore di come abbia fatto per tutti questi anni.”

“Potrebbe cominciare dicendomi come si è procurato il denaro.” Guardai la mia mano ancora stretta tra le sue, imbarazzato adesso che la conversazione aveva assunto un tono più leggero. Holmes la lasciò lentamente. “Mi tranquillizzerebbe,” aggiunsi, più gentile.

“Non è affatto misterioso come lo fa sembrare. Ho solo scommesso cinque sovrane con un gentiluomo che sarei riuscito, senza suggerimenti di alcun tipo, a indovinare seduta stante la sua occupazione e la composizione della sua famiglia.”

“E se avesse perso…?”

“Avevo in tasca i tre penny di cui le ho detto. Watson, crede davvero che potrei perdere a un gioco di cui ho stabilito le regole?”

“No,” risposi, forzato mio malgrado al sorriso. “No, ora che me lo fa notare, non l’ho creduto neanche per un istante. Il vetturino di stamattina, quindi, suppongo fosse quello che ha lasciato la povera Lady Eléonore in Edgware Road?”

“Oh, no. Ho parlato con quello ieri pomeriggio. Questa era un’altra storia.”

“Di che genere?”

“Watson…”

“Holmes.”

“Non posso dirglielo. Non ancora.”

“Holmes, non è riuscito a mantenere la parola per più di un minuto.”

“Se vuole dedurne che sono un bugiardo e un uomo indegno di fede, faccia pure. Dopotutto, mi sono finto morto per tre anni. Nasconderle questo, in confronto, è poca cosa.”

“Lei non…” Scossi la testa. “Non volevo suggerire questo, a Reichenbach. Volevo solo…”

“Uccidermi.”

“Lui. Non lei.”

“Credevo avessimo convenuto che siamo la stessa persona. Dottore, ha appena rotto la sua metà del patto e questo, credo, ci pone in una scomoda posizione di stallo.”

Desistetti, perché conoscevo abbastanza Sherlock Holmes, e cominciavo a farmi un’idea di quest’uomo, per sapere che non mi avrebbe mai detto nulla che non volesse. Incatenarlo alla promessa di tenermi ragionevolmente informato era il massimo che potessi ottenere.

“Le dirò qualcosa,” concesse invece, sorprendendomi, “se mi permette di offrirle il pranzo.”

“Adesso?” Guardai l’orologio. Era mezzogiorno passato.

“Quando preferisce. Io non ho fame.”

“Con quale denaro, se posso?”

“Ho avuto delle entrate, questa mattina.” Sorrise, con bonaria esasperazione. “Non vorrà davvero che le renda conto di tutto il denaro che passa per le mie mani, non è vero, dottore?”

“Molto bene. Le permetterò di offrirmi il pranzo se non sarò costretto a mangiare da solo.”

“Non è possibile porre una condizione sulla condizione, dottore.”

“Nondimeno, è un patto. Qualunque cosa abbia deciso di dirmi, se l’ha fatto è perché desidera farlo. E adesso che me lo ricorda, sono affamato come un lupo.” Mi alzai. Holmes mi imitò, estremamente vicino, e la sua gamba quasi sfiorò la mia. Feci un passo indietro in direzione della porta.

“Sarò dabbasso tra cinque minuti,” dissi lasciandolo solo nella sua stanza.

In corridoio, mentre mi dirigevo verso la mia porta, incrociai Beth che saliva le scale nella stessa direzione. “Beth, sii gentile, manda un telegramma per me.” Buttai giù frettolosamente il messaggio per Brooks sul retro di una busta, con l’indirizzo, e glielo porsi. “E di’ alla cuoca che pranzerò fuori.”

“Sì, dottore,” rispose la ragazza, facendo per ridiscendere.

“Oh, e…” Esitai. “A proposito del nostro ospite. Mr. Holmes.”

Lo sguardo di Beth rimase scrupolosamente neutro, ma non riuscii a capire se fosse una posa. “Sì, dottore?”

Per un attimo non trovai nulla da dire, e Beth mi guardò con aria vacua, aspettando.

“Pranzerà fuori anche lui,” conclusi.

“Bene, dottore. Lo dico alla cuoca,” rispose la mia cameriera, tranquilla ed energica, dirigendosi veloce al piano di sotto. Non trovai niente di anomalo nel suo passo, nessun nervosismo che tradisse che sapeva. Respirai un po’ più liberamente. Non c’era nulla da sapere, di certo. Come se volesse darmene ulteriore prova, dall’interno della sua stanza Holmes produsse un rumore soffocato, un tonfo duro e morbido allo stesso tempo, come di una valigia che cada improvvisamente aperta da un lato. Non tornai indietro per chiedergli se fosse tutto a posto – sarebbe stato ridicolo. Ma questo, e la reazione di Beth, mi confortarono immensamente, e risolsi di non pensarci più.



+



Qualunque cosa Holmes desiderasse dirmi, e sapevo che lo desiderava, lasciò trascorrere l’intero pasto senza farvi il minimo accenno. Dapprima mi attesi che avrebbe preso l’argomento da un momento all’altro, ma poi, intuendo che avrei fatto meglio a rilassarmi e godermi il pranzo, lasciai che questo scorresse in tranquillità.

Holmes, scoprii, era un ottimo conversatore. Non aveva nessuno dei limiti culturali del figurino ridicolo di Studio in rosso e tutti i pregi dell’individuo più sfaccettato che il tempo, e i ripensamenti, mi avevano aiutato a creare. La sua conversazione tendeva a tornare sugli argomenti che gli sapevo più congeniali – la cronaca nera su tutti, e l’effetto di un gran numero di sostanze sulla fisiologia umana – ma c’era dell’altro, molto altro, c’erano la Bibbia e Shakespeare e Samuel Johnson e Robert Browning e, in fondo a tutto questo, semplicemente un gentiluomo colto ed educato col quale era un piacere parlare. A volte mi sembrava di poter prevedere cos’avrebbe detto, o quantomeno il modo in cui l’avrebbe detto, il tono e l’espressione del viso, ma non sempre ero in grado di indovinare. Molto più spesso, Holmes mi sorprendeva. Era reale, era umano, e come tale scarsamente prevedibile, ma non nella maniera in cui avrebbe potuto esserlo il mio Holmes, che era imprevedibile in maniera brutale e fittizia in un mondo di personaggi egualmente fittizi, nati per vivere di stupore. Era imprevedibile come una persona, era un venti percento più reale di quanto il mio Holmes avrebbe mai potuto. So che la cosa non avrebbe dovuto sorprendermi – quello non era il mio Holmes, chiaramente – ma ero completamente sconvolto, in una maniera dolce, se una cosa del genere esiste. Era come ritrovare un figlio dopo dieci anni di separazione, e attendersi in lui quelle pose e quelle espressioni caratteristiche che poi sono le nostre, che noi gli abbiamo conferito, e scoprire quelle e insieme delle altre, completamente nuove, che non abbiamo idea da dove le abbia mai pescate, e riconoscerlo e insieme no, e averne piacere e insieme stupore, e insieme – nascostamente, ché non l’ammetteremmo mai – una parte di amarezza.

“Mi chiedo, dottore, che cosa mai ci sia da sorridere sulla mia monografia sulla traiettoria e capacità di penetrazione dei proiettili,” disse Holmes, sorridendo a sua volta.

“Nulla, davvero,” ammisi. “Mi scusi, pensavo a una cosa. La monografia, diceva…?” In verità non avevo idea di alcuna monografia. Avevo smesso di ascoltare qualche tempo prima, intorno all’arsenico, o forse – no – alle impronte digitali. Come si fosse arrivati a discutere di problemi di balistica, sinceramente lo ignoravo.

“Per esempio,” disse Holmes, continuando a sorridere leggermente, “lei sa indubbiamente qualcosa di armi. Se fosse messo di fronte a un proiettile semiblindato, penetrato frontalmente nel cranio di un uomo e fuoriuscito dalla nuca, che cosa ne dedurrebbe circa l’arma e la distanza di tiro?”

“È un comune proiettile da revolver,” risposi, e lo vidi annuire. “Quanto alla distanza, con quella profondità penserei a un tiro ravvicinato. Due metri al massimo.”

“Corretto. E ora mi dica, cosa succederebbe se lo stesso proiettile fosse sparato da un’arma diversa, più potente? Diciamo, solo per parlare, una carabina?”

Lo guardai, intuendo che c’era un qualche genere di prova in corso, ma senza riuscire a capire di cosa si trattasse. “Non è possibile sparare un semiblindato con una carabina. Le dimensioni sono tutte sbagliate.”

“Ma diciamo, per ipotesi, che questa sia una carabina speciale, adattata per proiettili da revolver.”

“In quel caso,” risposi, ragionando, “dato che una carabina è molto più potente di un revolver, ne risulterebbe una propulsione assai maggiore. A pari distanza, il proiettile viaggerebbe molto più lontano. Oppure…”

Holmes mi versò tre dita di vino, senza togliermi gli occhi dal viso, e fece lo stesso per sé.

“Oppure, anche se sparato da una certa distanza, potrebbe passare per un colpo ravvicinato,” conclusi.

“Watson, lei si è fatto una grave ingiustizia nei suoi racconti. L’ho sempre saputo, ma ne ricevo oggi un’ulteriore conferma. Un brindisi.”

“Alla mia grave ingiustizia?” replicai, sorridendo.

“Alla sua grande intelligenza.”

Lei vorrebbe brindare alla mia intelligenza? Non mi sembra il caso.”

“Io pago il vino, ricorda? È in mio potere brindare a ciò che preferisco, e la cortesia la obbliga a fare altrettanto.”

“D’accordo, allora.” Presi un sorso. “A che scopo ho dato prova della mia grande intelligenza?”

“È necessario uno scopo?”

“Con lei? Assolutamente.”

“Dottore, non stiamo parlando della mia intelligenza, ma della sua. Parlassimo della mia, le darei ragione. Ma non ho bisogno di un pretesto per assistere a una dimostrazione del suo acume. Mi dà piacere semplicemente constatarlo.”

“Constatare il mio acume?” ripetei, perplesso ma divertito.

“Sì.”

“Holmes, davvero, è la cosa più assurda che io abbia mai sentito.” Di fronte al sollevarsi del suo sopracciglio, mi corressi. “No, non la più assurda, d’accordo. Ma certamente una piuttosto assurda. Perché constatare che non sono un completo idiota dovrebbe darle piacere?”

Quello non mi darebbe alcun piacere,” ribatté Holmes, credo evitando la domanda, o forse aggirandola per il piacere di discutere. “La renderebbe un uomo mediocre, e la mediocrità è tediosa.”

“D’accordo. Perché constatare la mia grande intelligenza dovrebbe darle piacere?”

“Non è ovvio, dottore? Per lo stesso motivo per cui a lei dà piacere che la gente ammiri la mia.”

“Perché questo fa di me un bravo scrittore?” tentai, sempre più confuso.

“Oh, no,” rispose, ma non aggiunse altro, e non capii cosa stesse negando – che fosse il plauso dei lettori a darmi piacere, o che questo facesse di me un bravo scrittore. Ci avrei rimuginato su più tardi; Holmes aveva lasciato il denaro del conto sul tavolo e si stava già alzando. Lo seguii fuori da Romano’s, e fu solo in strada che rammentai d’essere in credito di un’altra risposta. Glielo ricordai.

“Non mi pare,” rispose, aggiustandosi la sciarpa sotto il mento.

“Via, Holmes, non sia sfacciato. Il pranzo era la sua condizione, rammenta? Doveva dirmi qualcosa.”

“Le ho detto qualcosa.”

“Qualcosa,” precisai, di buon umore, “connessa al vetturino di stamattina.”

“Mio caro dottore, le assicuro che l’ho fatto.”

“Non ha fatto nulla del genere.”

“Assolutamente sì.”

Sospirai. “Allora sarà così gentile da ripetere? Deve essermi sfuggito nel turbine della conversazione.”

“Questo non è proprio possibile.”

“Holmes.”

“Sa, Watson, trovo la sua mancanza di concentrazione ridicola e, al tempo stesso, stranamente affascinante.”

“Sono certo di aver prestato sufficiente attenzione. Mi sarei accorto se si fosse deciso a parlare della cosa che mi premeva sapere da quando siamo usciti. E mi pare assurdo non ricordamene.”

“Oh, lei ricorda. Ma non riesce a collegare l’informazione alle altre in suo possesso.”

“E che danno può farle ripetere?”

“Nessuno, ma trovo che il suo considerevole fascino aumenti quando è frustrato.”

“Temo che la sua compagnia mi renda molto affascinante, allora.”

Holmes sollevò la sciarpa sul naso e vi ridacchiò dentro, in piccoli spasmi silenziosi.

“Non ha mai voluto che lo sapessi, non è così?” borbottai, ma senza acrimonia. “Ma voleva dirmelo. Così ha escogitato un modo per dirmelo senza che me ne accorgessi. Naturalmente sono abbastanza stupido da darle agio di…”

“Non credevo che non se ne sarebbe accorto, è stata una cosa di un momento,” ribatté Holmes. “Ma mio caro, era solo uno scherzo. Ha ragione, preferirei che lei non sapesse ancora per qualche tempo, non molto. Ma se questo la offende, glielo dirò.”

Avrei potuto dire che la cosa mi offendeva, o quantomeno irritava, e Holmes l’avrebbe fatto. Glielo leggevo negli occhi. Ma in tutta onestà, non sentivo l’offesa. E il piccolo mistero mi avrebbe dato qualcosa su cui riflettere durante le ore interminabili del pomeriggio.

“Non sono offeso.”

Il suo viso si illuminò dietro la sciarpa. “Non ho mai conosciuto una persona più incapace di approfittare di un vantaggio servito.”

“No, continui, la prego. Continui a prendersi di gioco di me,” borbottai, adesso interamente per scherzo. “Non mi dispiace affatto.”

Holmes rise di nuovo, e camminammo in silenzio verso casa. Passavamo in quel momento la vecchia signora col banchetto di fiori all’angolo di Holland Street, quando questa si volse verso la giovane seduta al suo fianco (la nipote, presumo) e le disse qualcosa che io non colsi, ma Holmes, più vicino, dovette udire.

“Mia cara signorina, non posso che dare ragione a sua nonna. Il suo pretendente è un pocodibuono. Basterebbe notare come quell’anello di fidanzamento che le ha regalato gli sia stato restituito in malo modo dalla fidanzata precedente.”

Confesso che provai un brivido all’idea che l’orribile scena con Mrs. Whitaker si ripetesse, e non tra le mura del mio studio, ma in mezzo a una strada trafficata. La signorina scattò in piedi, lo sguardo oltraggiato, rigirando l’anellino intorno all’anulare con un moto nervoso.

“È troppo largo per il suo dito, e quella brutta ammaccatura non depone bene, non è così? Come se fosse stato rovinato di proposito. Contro la pavimentazione stradale, per esempio.”

“Bob l’ha… l’ha comprato usato,” obiettò la ragazza, incespicando sulle parole.

“Holmes,” mormorai, prendendolo per il braccio. “Holmes, non mi pare…”

“Usato, certamente. Ma i venditori di gioielli usati hanno la buona abitudine di farli lucidare con una certa frequenza, mentre quello non vede l’ombra di una buona lucidata da almeno… sei mesi, a giudicare dal colore. Da quanto conosce il suo fidanzato?”

La ragazza era impallidita. Sul volto della vecchia signora, invece, era comparsa una vena di stupita approvazione.

“Sono cinque mesi giusti, signore, e due che le ha regalato l’anello. Te l’avevo detto,” aggiunse, rivolta alla nipote, “oh, te l’avevo detto che ti voleva prendere per il naso. Signore, glielo dica pure lei.”

Holmes annuì distrattamente. La cosa sembrava aver smesso di interessarlo. Si toccò il cappello in segno di saluto e proseguì, mentre alle nostre spalle le due donne prendevano a parlottare con voce bassa e animata. Eravamo quasi in Hornton Street quando la ragazza ci raggiunse e, guardandosi i piedi con aria tetra, tese a Holmes uno snello iris bianco ancora in boccio. “Glielo manda la nonna per ringraziarla,” mi sembrò di sentirla mormorare, ma aveva il mento saldamente piantato sul petto e le parole uscirono confuse. Holmes lo accettò senza dire nulla.

Non parlammo fino alla porta di casa. Stavo girando la chiave nella toppa quando Holmes, che aveva continuato a fissare insistentemente il fiore per tutto il tragitto, sussurrò come tra sé e sé: “Non è ironico, Watson?”.

“Che cosa?”

“Questo fiore.”

Non vi trovavo nulla di strano.

“È un iris,” spiegò, lentamente, e poi: “È davvero ironico,” ripeté. “L’iris simboleggia la resurrezione.”

Alzò gli occhi su di me, come se volesse comunicarmi con lo sguardo qualcosa per cui le parole gli sfuggivano. Aveva la fronte scura, aggrondata. Io guardai il fiore e la sua mano che lo stringeva delicatamente.

“Accettiamolo come un buon segno, allora,” dissi piano. Holmes annuì e ripose il fiore nella tasca interna del cappotto.

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Comments {4}

hikaruryu

(no subject)

from: hikaruryu
date: Dec. 1st, 2010 01:25 am (UTC)
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AWWW, ma quanto è adorabile Holmes che ride *-*♥
Mi piace questo Watson, più deciso, più realistico; quello di Dooyle a volte è semplicemente troppo buono per sembrare umano. Ed il tuo, invece, mostra tutta la spiccata intelligenza di una persona che crea intrighi letterari e, anche se non è paragonabile alla genialità di Sherlock Holmes, gli va comunque riconosciuta.
Perchè in tutte le cose dette e non dette di Holmes leggo dichiarazioni d'amore? XD Sono pazza io, sto capendo male, lo stai facendo apposta tu o l'ora assurda mi gioca brutti scherzi?
Credo di amarli perfino quando litigano ♥ anzi, forse soprattutto in quei frangenti.
Ad ogni modo, sei eccezionale ;)
E ora vado avanti, perchè sono troppo curiosa *___*

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Eva

(no subject)

from: crimsontriforce
date: Dec. 1st, 2010 11:58 am (UTC)
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Blllblblblb. Quanto sono bbbelli nei segmenti di dialogo sostenuto, e nelle riflessioni di Watson, e un po' ovunque a dir la verità. Così umani e intensi pur senza aprirsi troppo...

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(no subject)

from: ex_naripolp
date: Dec. 1st, 2010 11:59 pm (UTC)
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Io non posso far altro che quotare le altre, anche questo capitolo è meraviglioso, amo Sherlock e le sue risatine soffocate nella sciarpa XDD E Watson che comincia davvero a... non so, ad apprezzare la sua presenza, a sentirsi davvero a suo agio. Anche la parte dove gli chiede di ferirlo, di toccarlo, mi ha uccisa dentro. Sono bellissimi.;_;

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vale_03

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from: vale_03
date: Dec. 8th, 2010 03:50 pm (UTC)
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I miei buoni propositi di fare una sensatissima recensione, alla fine, vanno alla malora. No, perché io te lo devo dire: tutto ciò è meraviglioso. Le tue fanfic su questi due sono meravigliose. Ma meravigliose di una meraviglia allucinatoria, roba che non avevo mai letto fin ora. Sappi che non riesco a smettere di leggere, tanto per cominciare. E sappi anche che oltre al fatto che il modo in cui scrivi è semplicemente - no, non semplicemente, proprio *incredibilmente* meraviglioso, anche il modo di trattare i personaggi, le loro conversazioni, le loro personalità è incredibile. Non riescono mai scontati, mai banali, e le loro conversazioni, oddio! Li amo, definitivamente e inesorabilmente. E sto sviluppando una poco rassicurante dipendenza da ciò. E amo le tue store - s'era capito.
Io non mi spiego come tu abbia potuto rendere sti due così bene. Come tu abbia fatto a scrivere fanfic così incredibilmente belle. Sappi che Sir Conan Doyle ti ama, soprattutto perché hai sviluppato tutto l'UST di questo pairing - cosa in cui lui ha fallito. E ti amo anche io perché me li hai fatti amare. E niente, te lo dovevo dire che sei grandiosa xD e non mi prendeva così tanto una fanfic da un'aberrante quantità di tempo. E lo stile vittoriano è *so sexy*, e io non ci avevo mai fatto caso xD (ok, stiamo degenerando. Niente, tanto amore per te e per le fanfic <3)

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