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fiorediloto

[Sherlock Holmes] Manuale pratico di apicoltura

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Jul. 22nd, 2011 | 04:41 pm
mood: happyhappy

Titolo: Manuale pratico di apicoltura
Fandom: Sherlock Holmes
Pairing: Holmes/Watson
Rating: PG-13
Conteggio parole: 2285 (W)
Note: Pre e post-LAST. Remix di Come back home di hikaruryu (♥) per lo Sherlock Holmes Remix 2011.
Riassunto: In cui scopriamo che l'apicoltura è una disciplina affascinante, ma la sfida è ancora di fronte a noi.


1912




Mancai un paio di giorni per una commissione che mi richiedeva di passare una notte a Londra, e al mio ritorno le api non c’erano più. Holmes aveva smantellato le arnie e messo via tutti gli attrezzi in una catasta nel ripostiglio. Di quella che era stata pressoché la sua unica passione per quasi otto anni, restava ora solo il terriccio smosso in giardino e una crescente pila di fogli manoscritti sul tavolo del suo studio.

Non avevo amato le api, non particolarmente. C’era una componente di assoluta imprevedibilità animale nel loro agire caotico, solo in apparenza indifferente agli umani, che mi ricordava troppo altro caos, altra imprevedibilità, di altri tempi. Il loro ronzare congiunto, nei momenti di attività più intensa, mi rammentava i rumori di battaglia che prima ero tornato a udire solo nei miei incubi. Ma capivo cosa Holmes vi trovasse di tanto affascinante, capivo perché le avesse scelte per sostituire i casi. Quando studiava i comportamenti delle api, Holmes era di nuovo Holmes che sedeva tra i fili invisibili che connettevano ogni causa al suo effetto e ogni effetto alla sua causa, stringendoli tutti nel palmo della propria mano. Decifrare le api era decifrare la Natura, e decifrare la Natura era un surrogato accettabile, dopo anni passati a decifrare l’Uomo.

Per questo non mi piacque tornare e scoprire che le api non c’erano più.

Holmes sedeva nel suo studio, a scrivere. Gli occhiali da lettura gli pencolavano dalla punta del naso donandogli, insieme alla smorfia pensosa, l’aria bizzarra di un bibliotecario.

“Il diabete di Lestrade è peggiorato? Mi dispiace,” disse senza nemmeno voltarsi.

Sorrisi. “E come potresti mai saperlo?” domandai, diligente.

“Il miele che hai riportato indietro, facendo più baccano di un circo,” rispose, accennando con la penna alla direzione della cucina.

Gli appoggiai le mani sulle spalle, premendo leggermente i pollici sui muscoli quando li sentii contratti e rigidi sotto le dita.

“Un’altra monografia?”

“Qualcosa del genere. Grazie, mio caro. Solo mezzo centimetro più in basso, se potessi, sarebbe la perfezione.”

Obbedii, chinandomi a spiare le ultime righe ancora umide sul foglio.

La riproduzione,” lessi. “Oh, e io che ti credevo impegnato in una seria disamina scientifica. E invece eccoti qui a scrivere sordida pornografia alle mie spalle.”

Holmes sospirò, sfilandosi gli occhialetti e finalmente degnandomi di uno sguardo carico di ironica compiacenza. “Dacché ti ho conosciuto, Watson, la sordida pornografia ho sempre preferito farla alle tue spalle.”

“La vecchiaia ti ha reso sboccato.”

“La vecchiaia ti ha reso puritano.”

Gli inflissi un bacio nell’angolo estremo della mascella, vicino all’orecchio, e subito mi raddrizzai perché, per quanto piacevole fosse stare abbracciato al mio amico, il suo odore inconfondibile nelle narici, la schiena non me lo consentiva più con lo stesso agio di un tempo. “Niente più api, allora?”

“Watson, le tue capacità deduttive…”

“Non era una domanda,” lo interruppi.

“Oh, sì, lo era. Ho colto distintamente il punto di domanda.”

“Holmes,” replicai, senza un motivo preciso, accostando la poltroncina imbottita al tavolo e accomodandomi accanto a lui. Nei nostri battibecchi riecheggiavano gli scambi di anni e anni di convivenza. Saremmo potuti andare avanti per ore senza il minimo impegno. Ma non quella mattina.

“Le api sono tutte qui,” disse battendo l’indice sulla pila di fogli già vergati. “Vale a dire, lo saranno quando avrò finito.”

“Hai risolto il mistero?”

“Naturalmente.”

Sentii le prime avvisaglie di una leggera ansia stringermi il petto. Stava accadendo, dunque. Per la prima volta da quando lo conoscevo, il mio amico stava raggiungendo il punto in cui nessun nuovo enigma, nessuna nuova sfida si sarebbe presentata al suo intelletto, e stavolta senza speranza di invertire il processo. Ripensai a Londra, alle nostre vecchie stanze di Baker Street che il figlio di Mrs. Hudson aveva adibito a Museo di Sherlock Holmes – si può credere a una cosa tanto ridicola? – ricavandone una lucrosa attività commerciale. Sarei riuscito a convincerlo a vendere? Eravamo ricchi, e perciò se anche avesse chiesto una cifra spropositata, magari ipotecando il cottage nella peggiore delle ipotesi…

“Non torneremo a vivere a Londra,” disse Holmes, che aveva inforcato nuovamente gli occhiali e ripreso a scrivere.

“Tuttavia…”

“Non tornerò a lavorare. Non ve n’è ragione.”

L’idea di ricominciare come un tempo, con la frenesia dei casi, le indagini, le notti insonni, i viaggi, gli ispettori francamente mi terrorizzava; avevo avuto emozioni da bastarmi per tutti gli anni che mi restavano da vivere, e non chiedevo di meglio che viverli in tranquillità in quel luogo ritirato, lontano da occhi indiscreti, dove potevo dimenticare di chiudere una porta e tirare le tende senza che ne seguissero attimi di puro terrore.

Ma non potevo concepire che tornassero l’inerzia, gli sguardi vuoti, l’abbandono. La cocaina.

“Mio caro, tu ti preoccupi troppo,” disse Holmes, continuando a scrivere senza interruzioni. “Abbiamo fatto gli stessi ragionamenti, ognuno per conto proprio. Mi vedi inquieto? Mi vedi impensierito? Trai le tue conclusioni.”

Invero il suo tono pacato e condiscendente toccò le corde giuste dentro di me, perché mi sentii rassicurato all’istante. Ragionai.

“Hai qualcos’altro in mente. Per quando la monografia sarà finita.”

“Eccellente. Non è una monografia, comunque.”

“Di cosa si tratta?”

“Un manuale pratico di apicoltura.”

“No, voglio dire, di cos’altro ti occuperai.”

Holmes mise giù la penna. Aprì la cassetta portadocumenti sul tavolo e ne trasse una lettera, che mi porse. Ebbi un tuffo al cuore al riconoscere lo stemma, prima ancora di vagliare il contenuto.

“Di cosa si tratta?” chiesi alla fine, giacché nella lettera si richiedeva la presenza di Mr. Sherlock Holmes alla prossima riunione dei membri del gabinetto di governo, ma nient’altro era specificato.

“A giudicare dalla situazione politica attuale in Europa, dall’ufficialità della convocazione e dal telegramma che Mycroft mi ha inviato ieri mattina, direi che l’importanza di questo caso non ha precedenti. Quel brutto caso dei piani per il sottomarino o quell’altra storia di lettere rubate potrebbero rivelarsi innocui giochi da cortile, in confronto.”

Dopo questo, rimasi in silenzio per qualche momento. Holmes congiunse le mani di fronte a sé, guardando fisso fuori dalla finestra.

“Si parla di un anno almeno,” disse alla fine.

“Verrò con te.”

“No.”

“Holmes.”

“No. Mi saresti solo d’impiccio, e questo lo sappiamo entrambi.”

“Non ti permetto di farlo di nuovo,” ringhiai. “Come vent’anni fa. Non ti permetto di prenderti tutto il mondo sulle spalle e lasciarmi indietro, Sherlock, mi hai sentito? No.”

Holmes si sfilò gli occhiali da lettura con un gesto metodico, e pacatamente ne ripiegò le aste e li posò sul tavolo. Poi prese la mia mano e la strinse tra le sue, calde, per lunghi istanti. I polpastrelli incalliti della sinistra mi accarezzarono le dita per un momento.

“Quella volta ebbi paura per te e ti lasciai indietro per proteggerti. Se ti dicessi che questa volta non vorrei niente di più al mondo che averti al mio fianco e non posso, assolutamente non posso, John, perché in ballo c’è la salvezza del nostro Paese, vorresti farmi il favore di credermi?”

“No,” risposi, ma naturalmente era sì, naturalmente gli credevo, perché anche se nessuno al mondo avrebbe potuto ingannarmi altrettanto bene quanto Sherlock Holmes, sapevo che stavolta non l’avrebbe fatto.

Holmes sorrise appena e si portò alle labbra le dita che aveva accarezzato. Quando tornammo a discutere della cosa, qualche giorno dopo, non parlammo più del fatto che l’accompagnassi.

Holmes si gettò a capofitto nella stesura del suo manuale. Era a buon punto, e per un motivo o per l’altro sembrava ritenere fondamentale che fosse completato prima della partenza per gli Stati Uniti, fissata di lì a un mese. Questo desiderio di non lasciare l’opera incompiuta mi inteneriva e incupiva allo stesso tempo. Lo finirai al tuo ritorno, pensavo, pregavo. Non è necessario affrettarsi adesso, perché tornerai e lo finirai. Per tutto quel mese Holmes scrisse molto ed io parlai poco. Quando ci incontravamo in camera, la sera, aveva lo stesso sapore di quelle ultime volte prima di Reichenbach, quelle fugaci e disperate, rubate alle spalle di Mary, che mi lasciavano come allora più insoddisfatto di prima e tormentato dal senso di colpa.

L’ultima pagina del manuale uscì dalla sua penna una settimana prima della partenza. Mi impressionò vedere la pila ordinata sul tavolo, con tanto di provvisorio frontespizio vergato in una grafia leggermente più piana della massa brulicante all’interno: Manuale pratico di apicoltura, di Sherlock Holmes.

Mi sorse un moto di rabbia feroce, inspiegabile. Sentendo uno scoppiettio di braci mi voltai verso la porta aperta dello studio, da cui si intravedeva uno spicchio di camino acceso in salotto. Holmes riposava in camera. Quasi presi l’intero mucchio e lo gettai nel fuoco. Quasi. Mi risvegliai in mezzo al salotto come in preda a uno stupore alcolico, con un manuale per apicoltori tra le mani e la più atroce fitta di senso di colpa che avessi mai sperimentato in vita mia.

Senza dire parola, misi il manoscritto in borsa e corsi a prendere il primo treno per Londra.

Tornai qualche ora dopo. Holmes notò l’assenza del manoscritto e non disse nulla, come se non gli importasse affatto del suo lavoro, con la stessa indifferenza che aveva sempre affettato nei confronti dei casi risolti. Però notò e commentò la mia espressione, che doveva essere alquanto bizzarra.

“Mio caro, hai l’aria d’uno che si è disteso sulle rotaie e si è lasciato passare il treno addosso, invece che salirvi sopra.”

“Davvero? Sorprendente,” borbottai.

“John…”

“Domani,” lo pregai. “Ora andiamo a letto.”

E così facemmo, e forse perché mi sentivo davvero come se un treno mi fosse passato sopra, e forse perché non mi sentivo così da quando il mio amico era quasi morto per mano del barone Gruner, e forse perché in definitiva non potevo davvero sentirmi peggio, quella fu l’unica volta dall’arrivo della notizia che stargli vicino migliorò parzialmente il mio umore invece di peggiorarlo, e dormii tranquillo sognando solo un distante, quasi confortevole ronzare d’api.

Ritirai lo stampato in tipografia due giorni dopo e glielo misi in valigia senza dir nulla; se Holmes lo notò, e lo notò, finse di non averlo fatto. Le ultime parole che gli sentii dire sulla banchina della stazione furono: “Qualunque cosa farai in mia assenza, io la saprò. E ti punirò di conseguenza”, a cui risposi che gli avrei dato tutte le ragioni che desiderava perché la punizione fosse la più lunga, crudele e illegale possibile. Poi il treno si portò via il mio amico e le sue api chiuse in valigia.







Holmes siede nel portico sulla sua poltrona di vimini, le lunghe gambe distese al sole, avvolte in una coperta leggera, e tra le mani affusolate un plico di fogli scribacchiati – forse annotazioni sul suo viaggio o appunti per la prossima monografia. La vecchia pipa d’argilla pende dalle sue labbra sottili, mentre sul tavolino accanto a lui giace la ciabatta persiana col tabacco. La sua figura sottile contro il paesaggio della campagna inglese mi è mancata così tanto che per un attimo, uscendo dalla porta della cucina, ho avuto timore che fosse solo un miraggio.

“Bisogna sempre essere un po’ improbabili,” mi dice, a mo’ di saluto, ed io mi accomodo sulla sedia al suo fianco e appoggio i piedi sullo stesso sgabello che egli sta usando, rubandogli un angolo di coperta. L’operazione richiede qualche momento, perché la gamba mi dà qualche problema in questi giorni. Distrattamente, senza neppure alzare gli occhi, Holmes allunga una mano verso la mia coscia – che la diversa angolazione delle due sedie gli ha posto vicina – e prende a massaggiarla con affettuosa fermezza sotto l’estremità della coperta.

È un momento di felicità completa, indisturbata.

“Lestrade è venuto a trovarmi, una decina di giorni fa,” confesso.

“Mmm-mm. Lo so.”

“L’ho lasciato entrare in salotto. E gli ho offerto una delle tue pipe.”

“Sì, la calabash* che non uso mai.”

“Per questo gliel’ho offerta.”

“Per questo non credo che la tua trasgressione meriti più di una decina di minuti di considerazione.”

“Oh,” replico, cercando di suonare debitamente deluso dalla sua reazione. “Cercherò di ricavare il meglio che posso da quei dieci minuti, allora.”

“Il fatto che tu l’abbia lasciato entrare nel mio studio, d’altra parte,” continua Holmes, “e gli abbia mostrato la mia collezione privata, arrivando perfino a donargli la perla nera dei Borgia come souvenir…”

“In nome dei vecchi tempi. È stato molto convincente,” obietto, sorridendo placido.

“Razza di Messalina, avrei dovuto portare con me la chiave che custodiva la tua onestà.”

“Avresti dovuto,” ammetto. La sua mano sulla mia coscia si ferma di scatto, stringendo in una presa calda il quadricipite e minacciando di togliermi il fiato per una frazione di secondo. “La perla della mia virtù è ancora salva,” mormoro. “Da qualche parte in casa, se vorrai degnarti di cercarla.”

“Sarà in quella vecchia tana di topi dietro la credenza che abbiamo disinfestato tre anni fa,” risponde. “Nascosta dietro strati e strati di lerciume immorale.”

“Potresti giurarlo?”

Mette via i suoi fogli, finalmente, lanciandoli di malagrazia sul tavolino e quasi rovesciando la pantofola con tutto il tabacco, e si volta dalla mia parte spingendo il pollice crudelmente su per il cavo interno della coscia, dove sa che mi procura dolore, ma solo un poco.

“Un quarto d’ora, mio caro. Appena avrò terminato di rileggere queste pagine, la cui importanza e urgenza non può essere esagerata neppure di fronte alla portata della tua svergognatezza, tutti i nodi verranno al pettine. Va’ a rimettere a posto quella dannata perla e aspettami.”

“Riconosco la mia colpa e mi rimetto alla tua clemenza,” rispondo, pacifico, alzandomi e sottraendomi – solo appena di malavoglia – al contatto.

“Mi sembra il minimo che tu possa fare,” replica. Recupera i fogli dal tavolino e torna a studiarli, apparentemente annoiato, ma sento il suo sguardo che non mi perde di vista per un attimo mentre rientro in casa.







(*) La calabash è la tradizionale pipa “a proboscide” legata all’immagine di Sherlock Holmes, che nel canon non compare neppure una volta.

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Comments {2}

The Minnow

(no subject)

from: minnow90
date: Aug. 23rd, 2011 05:52 pm (UTC)
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Ordunque, mi accingIUevo a rileggerti per la centordicesima volta, che non fa mai male quando toh, guarda, mi accorgo di non aver commentato tutto ciò.

Son cose imperdonabili, eh .-.

E io davvero, ormai son giunta alla conclusione che non importa affatto dove li metti e che cosa gli fai fare, perché tutta l'immensa SPLENDIDEZZA di tutto ciò che ti esce dalla tastiera è rappresentata dai geniali scambi di battute che non ci risparmi mai in nessuna drabble/shot/long/whatever, E CONTINUA PURE A NON RISPARMIARCI NULLA.

Scrivi decisamente troppo poco, talvolta penso dovresti fare la fine di Alfieri LOL X'D

Adesso torno al mio mondo fatato, pieno di Watson svergognati, perle sparite e tue long ad almeno una quindicina di capitoli x'D *saltella giUoiosa verso la portata della svergognatezza di Watson e canta*

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